Giovedì, 27 Giugno 2013 09:15

Forno (Confagricoltura Asti): "Bello e costruttivo il confronto sui pagamenti dei beni agroalimentari deperibili"

Massimo Forno Massimo Forno

Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Massimo Forno, presidente di Confagricoltura Asti.


"È bello e costruttivo che si apra un dibattito sull’articolo 62, quello che obbliga i pagamenti dei beni agroalimentari deperibili a 30 o 60 giorni, a seconda dei casi.

Noi di Confagricoltura Asti siamo da sempre convinti che il confronto sia il sale della democrazia, anche e soprattutto in tema di agricoltura. A patto, beninteso, di lasciare da parte preconcetti e complessi di superiorità.

Tornando all’articolo 62, il dispositivo è stato applicato dal Governo Monti, in ossequio a direttive europee, certo, ma senza il benché minimo distinguo di beni e ignorando gli accordi e le caratteristiche peculiari di ogni bene. Solo un paio di esempi: l’articolo 62 si deve applicare anche all’accordo interprofessionale delle uve moscato per cui, da decenni, sono fissate rateazioni ad hoc? E ancora: il vino imbottigliato è da considerarsi deperibile anche se può restare in bottiglia per dieci anni e più? Le incongruenze dell’articolo 62 non sono poche. Confagricoltura Asti, come è suo costume, le ha segnalate a chi di dovere e sui media. Tutto qui.

Detto questo appare davvero singolare che una parte del mondo agro-produttivo difenda tout court i pagamenti brevi in agricoltura sbandierando, a nostro parere in modo totalmente strumentale, il rapido incasso da parte degli agricoltori come la panacea di tutti i mali.

Chi conosce bene il mercato sa che i pagamenti, rapidi o meno, non sono mai garantiti. Neppure in agricoltura. E neppure un articolo di legge può dare tutela assoluta in questo senso. A meno che, come accade negli Stati Uniti d’America, non si acceda a speciali servizi assicurativi che garantiscono l’incasso del dovuto. Dunque l’articolo 62 resta, così com’è, una mera promozione politica, un’azione di facciata che ha avuto come effetto l’aggravarsi di quella concorrenza straniera non sottoposta a leggi “ammazzamercato”.

Del resto gli effetti nefasti dell’articolo 62 non finiscono qui. In questo periodo le aziende della grande distribuzione, cioè quelle che fanno reddito e muovono il volano agroalimentare, non fanno più magazzino. Tradotto: comprano solo quello che vendono. Questo costringe le imprese che producono agroalimentare a mantenere nelle proprie sedi merce invenduta, con enormi costi e perdite. È questo che si voleva quando si è applicato l’articolo 62? È questo il costo che l’Italia deve pagare per ovviare allo strapotere delle agro-mafie del Sud nei cui confronti lo Stato continua ad apparire impotente?

A questo punto sorge un dilemma: se sia meglio per l’imprenditore agricolo prendere, forse, i soldi subito, magari praticando forti sconti deprezzando così la sua merce, o sia preferibile per lui pretendere il dovuto, contrattando con il committente che, giova ricordarlo, è pressato da fornitori stranieri che gli fanno ponti d’oro e condizioni di pagamento supercomode pur di entrare sul mercato italiano? Non sarebbe meglio modulare l’articolo 62 caso per caso lasciando perdere format legislativi Ue tagliati su misura per Nazioni che hanno un settore agroalimentare non così sviluppato come il nostro?

La posizione di Confagricoltura Asti è nota: in Italia bisogna tutelare il reddito agricolo nel tempo, senza cavalcare tigri che, alla lunga, cedono il passo, come si è visto più volte, a ronzini sfiancati".